Draghi: 100 miliardi europei per l’intelligenza artificiale, la crescita al centro della sfida UE
Cento miliardi di euro dal bilancio dell’Unione europea per sostenere gli investimenti nell’intelligenza artificiale e recuperare il ritardo tecnologico rispetto agli Stati Uniti. È una delle proposte lanciate da Mario Draghi nel suo intervento al Politecnico federale di Zurigo, in occasione della Karl Brunner Distinguished Lecture della Banca nazionale svizzera.
Il ragionamento dell’ex presidente della Bce parte da una questione più ampia: l’Europa deve tornare a crescere. La disciplina dei conti pubblici resta necessaria, ma non può essere l’unico strumento per garantire la sostenibilità del debito. In un contesto caratterizzato da maggiori costi di finanziamento e dalla necessità di sostenere investimenti in difesa, transizione e innovazione, affidarsi esclusivamente a tagli alla spesa e aumenti delle imposte rischia di non essere sufficiente.
La crescita diventa quindi la variabile sulla quale l’Europa può e deve intervenire. Draghi indica tra le leve principali il completamento del mercato unico, una maggiore integrazione dei mercati dei capitali e soprattutto un’accelerazione sul terreno dell’innovazione tecnologica.
È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Oggi l’Unione europea ospita meno del 5% della capacità mondiale di calcolo destinata all’AI. Portare questa quota al 15% entro il 2030, un livello più vicino al peso dell’Europa nell’economia globale, richiederebbe secondo le stime richiamate da Draghi circa 1.300 miliardi di euro di investimenti.
Una parte di questo sforzo dovrebbe essere sostenuta direttamente dall’Europa. Draghi quantifica in circa 100 miliardi di euro la componente pubblica necessaria per ridurre il rischio degli investimenti nelle infrastrutture di calcolo. Risorse che potrebbero arrivare direttamente dal prossimo bilancio dell’Unione e che rappresenterebbero circa il 5% della sua dotazione complessiva.
Il punto non è soltanto finanziario. La dimensione degli investimenti necessari rende sempre meno efficace un approccio basato esclusivamente sulle iniziative dei singoli Stati. In settori come l’intelligenza artificiale, la capacità di calcolo e le grandi infrastrutture tecnologiche, la scala europea diventa una condizione per competere con Stati Uniti e Cina.
Secondo le valutazioni illustrate a Zurigo, una rapida adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe aggiungere fino a 0,4 punti percentuali alla crescita della produttività totale dei fattori nel prossimo decennio. Le riforme nazionali e il completamento del mercato unico potrebbero generare un ulteriore incremento della crescita.
Nel suo intervento Draghi è tornato anche sull’esperienza alla guida della Bce. Le misure straordinarie adottate negli anni della crisi, dai tassi negativi agli acquisti di titoli, avrebbero contribuito a oltre un quarto della crescita dell’Eurozona tra il 2015 e il 2019. Secondo le stime della Banca centrale europea richiamate dall’ex presidente, senza quegli interventi l’area euro avrebbe avuto circa 2,5 milioni di occupati in meno.
Oggi lo scenario è differente. Con l’inflazione sopra l’obiettivo, la priorità della politica monetaria resta la stabilità dei prezzi, evitando però che la stretta sui tassi finisca per indebolire la crescita più di quanto sia necessario.
Il messaggio che arriva da Zurigo guarda dunque soprattutto alle responsabilità della politica europea. La Bce può assicurare la stabilità monetaria, ma non può sostituirsi alle scelte dei governi. Innovazione, investimenti, mercato unico e crescita devono diventare parte di una strategia comune dell’Unione.
E l’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente il banco di prova più immediato: non soltanto una nuova tecnologia, ma un’infrastruttura strategica dalla quale dipenderanno produttività, competitività e capacità dell’Europa di mantenere un ruolo nell’economia globale.
